Intervista al Maestro Juanne Spano

 

Olbia 29 Giugno 2005

 
Una serena e calda serata di fine Giugno ospita la chiacchierata amichevole e distesa fra me e Juanne Spano. Il Maestro, nonostante la temperatura elevata che preannuncia torride giornate estive, risponde lucidamente alle domande poste con curiosità e brama di apprendimento. Anche noi ci sentiamo, come lui, in un continuo cammino di ricerca, lungo il quale abbiamo necessità di tutto e di tutti per progredire, concetto espresso con recisa convinzione dall’artista olbiese che non lesina qualche polemica costruttiva contro la sordità delle pubbliche amministrazioni nei confronti dell’arte, insieme a tanto, tanto amore per la linfa vitale della sua esistenza: la pittura.
 
 
Maestro, come è nata la sua arte, cosa la ha ispirata?

È nata spontaneamente. Ho iniziato lavorando da artigiano decoratore, poi ho dato avvio ad una ricerca sui colori e sulle miscele che li originano. Ho lavorato per il principe Aga Khan e i suoi migliori architetti in Costa Smeralda. Il mio primo “Fondale Marino” risale a 30 anni fa. Agli inizi della mia carriera dipingevo timidamente, per me stesso, quindi la mia prima mostra negli anni ottanta che ha segnato il passo ad un susseguirsi di eventi.

Nel 1993 esponevo nelle sale del rinomato Palazzo Lanfranchi nella città di Pisa, evento che reputo un grande onore e mia fortuna artistica, che ha dato ufficialmente inizio alla mia vera carriera. Quindi venivo ospitato a Santa Maria Novella a Firenze, a Lucca… la Toscana mi ha tributato tanti riconoscimenti. Posso dire di amare la Toscana come la mia terra. Per precisazione io amo la mia isola, la Sardegna ma i miei conterranei non valorizzano adeguatamente i propri fratelli artisti. Non è come in Toscana, dove i meriti artistici trovano pieno riconoscimento, mentre in Sardegna c’è un appiattimento pressoché totale.

 

A cosa o a chi deve il suo successo?

Se non fosse stato per la mia caparbietà non sarei arrivato da nessuna parte. Io ho sempre creduto in me stesso. Pensiamo a quanti artisti ci sono in Sardegna che non vengono considerati. Magari qualcuno fortunato viene ripescato dopo morto. Oggi chi non ha la forza di presentarsi scompare. A me è andata bene ma non mi ha regalato niente nessuno: sono sempre stati i miei quadri a parlare.

A Pisa ci sono 20 gallerie private ma è ben altra cosa esporre in mostre volute e promosse dalle istituzioni pubbliche.

 

Ci può raccontare un aneddoto che la ha colpita di quel, chiamiamolo così, “periodo toscano”?
Una volta, a Marina di Massa, su 248 artisti ricevetti il I premio assoluto al “Gran Premio di Pittura delle Alpi Apuane”. Mia moglie, causa le forti emozioni e la stanchezza eccessiva ebbe un lieve malore che ci fece pensare fosse meglio accompagnarla in ospedale. Al nostro rientro, nelle sale dove si tenne il fastoso banchetto del premio trovammo tutti ad aspettarci per il pranzo, nel tardo pomeriggio, proprio tutti dagli artisti alle autorità, ministro Ferri incluso da cui ricevetti personalmente il premio. Ci accolsero tutti con un grosso applauso: aspettavano il vincitore del concorso!

 

Purtroppo, oggigiorno, i tempi e la recessione economica hanno indebolito molto la sensibilità della gente verso l’arte: come vive un artista come lei questi momenti bui?

I miei traguardi e i miei successi sono stati enormemente tribolati. La mia famiglia mi ha dato una spinta e un sostegno enormi. Io credo di aver creato un modo originale di fare pittura. Talvolta qualcuno dice di trovare, nelle mie opere, tracce di Kandinsky, Sawart, Picasso, Klint: questi sono sicuramente spunti che rimangono nella sensibilità di un artista da precedenti incontri e osservazioni che poi vengono riproposte. È una continua ricerca…certo i soldi ci vogliono ma guai se fossero la sola cosa. Io ho puntato sull’arte per sé stessa e oggi sono orgoglioso di quello che sono e di quello che è la mia produzione artistica. Proprio questa mattina, alla mia personale nelle sale dell’Hotel Melià a Olbia, circa 200 manager hanno detto che: “Juanne Spano è uno dei pittori più interessanti dalla seconda metà del novecento ai giorni nostri”. Questo mi riempie di orgoglio, così come mi rattrista molto l’essere stato trascurato nella terra che mi ha dato i natali.

 

Bisogna osare, quindi?

Uno deve investire, crederci…Da noi non esiste la volontà di valorizzare l’arte. C’è qualche circolo privato che fa delle cose degne di menzione ma sono rare e mal finanziate mentre è finanziatissima la musica leggera e così non si fa cultura. Infatti i concerti di musica commerciale sono strapieni e le mostre e i convegni d’arte vuoti. Si potrebbe fare decisamente di più.

Lei reputa, quindi, fondamentale il ruolo delle pubbliche istituzioni nella formazione culturale e della sensibilità del cittadino…

Abbiamo notato una notevole crescita nella qualità del servizio alberghiero…non nel campo delle arti e della cultura…perché?! Perché non un segnale? Eppure a Venezia ho vinto il Leone d’oro per l’arte contemporanea. Noi siamo orgogliosi di fare le cose da soli ma ci vuole un intervento dall’alto: ci vogliono le persone giuste al posto giusto. È una responsabilità dei governanti: se la considerazione degli artisti è ai minimi livelli è anche è soprattutto dovuto a loro. Personalmente provo una indifferenza totale ogni volta che torno a casa da una mostra o da un concorso di prestigio.

Io vengo dal mondo operaio, ho avuto le mie prime scarpe a sette anni e non mi vergogno a dirlo, ma so quello che valgo e credo che i riconoscimenti vadano tributati. Come si fa nello sport, d’altro canto.

 

Quali sono i soggetti da lei dipinti che la gratificano di più?
I fondali marini, che sono un chiaro e grande segno di appartenenza alla mia terra…tutti i soggetti che ho dipinto fino a oggi mi hanno dato soddisfazioni, e questo lo devo a Dio e alla Madonna. Noi artisti triboliamo perché il nostro è un lavoro duro, anche perché, in realtà e alla fine dei conti, non si realizza mai nessuno, e un cammino continuo…L’arte di Beethoven, Mozart, Vivaldi è rimasta immutata perché Dio li ha messi sulla terra per illuminarci. Noi, nel campo delle arti visive abbiamo avuto questo dono che è una continua evoluzione. La mia pittura è esternazione della mia sensibilità ed emotività interna: davanti alla tela bianca, priva di contenuti e significato, io so già quello che sto per dipingere, quello che la mia ispirazione sta per donare.

 

Pur rimanendo lontani dalle etichette, come qualificherebbe la sua arte?
Io, nel mio piccolo, nelle mie origini di operaio, da pochi anni ho scoperto di avere il dono del colore. I colori delle pareti, dei gelati mi hanno sempre stimolato e incuriosito. Ho sempre avuto il privilegio e l’onore di avere seguito, nel mio piccolo, l’arte nelle sue mille sfumature, dai grandi ai piccoli nomi. Ho sempre cercato di approfondire dove volevo arrivare, la mia “metafora dell’esistenza” come ha detto  Jolanda Pietrobelli, che mi ha letto nel cuore.  Non nascondo di avere dei dubbi, alle volte, di essere veramente io ad aver raggiunto certi traguardi, io che vengo dal mondo operaio. Sono un artista che sta lontano dall’appiattimento. Colui che è in continua ricerca vince, ecco perché le mie mostre sembrano una collettiva.

 

Lei si sente in competizione con i suoi colleghi, o sente loro in competizione con lei, ovvero reputa che facciate tutti parte di un disegno trascendentale?

La “competizione sana” ci deve essere. Se noi non avessimo visto e ricevuto gli stimoli delle opere di Van Gogh, Munch, De Chirico, saremmo andati poco lontano, come in tutti i campi: si pensi alla melodia dei Beatles.

Ognuno, poi, segue il suo cammino, come me che non sono legato a nessuna scuola, sono un autodidatta, mi sono creato da me e continuo a ricercare nella mia “ricerca infinita”, estasiato da questo dono divino, ogni minuto della mia esistenza, perché nella mia mente e sempre presente l’opera d’arte, il seme del mio prossimo quadro.

 

Gian Battista Faedda